Daniele Velicogna: La storiografia di Nolte era un antidoto agli approcci che riducevano la storia a un conflitto tra bene e male, vittime e carnefici

Daniele Velicogna è laureato presso la Ca’ Foscari University of Venice. I suoi interessi di ricerca comprendono la storia, la filosofia politica e la geopolitica. Attualmente insegna nel sistema scolastico italiano.

Ernst Nolte non era solo uno storico che studiava le ideologie politiche, ma anche un pensatore che ha sviluppato una filosofia della storia originale incentrata sulla modernità. In particolare, il concetto di «trascendenza» (Transzendenz) da lui utilizzato sembra rivestire una notevole importanza in questo contesto. Cosa intendeva esattamente Nolte con questo concetto?

Nell’opera Il fascismo nella sua epoca, Nolte propone un’interpretazione “transpolitica” (e dunque filosofica) del fenomeno fascista. In questa interpretazione è centrale il concetto di “trascendenza” che egli elabora a partire da Heidegger (e da Marx). Secondo Nolte, la trascendenza è uno slancio al superamento, da parte dell’uomo, della sua finitezza: la “trascendenza teoretica” cerca di superare il dato con il pensiero volgendosi al tutto, all’universale, mentre la “trascendenza pratica”, più specificatamente moderna, cerca di superare il dato attraverso tecnica, produzione, lavoro, agendo dunque sul mondo in senso trasformativo. Con la sua tendenza alla dissoluzione dei limiti e all’universalismo, la modernità costituisce il momento dell’irruzione della trascendenza pratica nella storia, e, secondo Nolte, sono soprattutto marxismo e comunismo a radicalizzare la trascendenza pratica con il loro tentativo di trasformare il mondo e portare il “progresso” al suo compimento. È dunque in reazione a questa radicalizzazione della trascendenza che nasce il fenomeno fascista, altrettanto radicale negli intendimenti e nei metodi, che Nolte definisce come “resistenza alla trascendenza pratica e lotta contro la trascendenza teoretica”. I fascismi cercano di opporsi al movimento della trascendenza con un contro-movimento che riporti forzatamente l’uomo entro i suoi limiti: di contro all’ “astrazione” moderna, vogliono restaurarne la concretezza, ri-situandolo nell’immanenza del sangue e del suolo. Si tratta di un’interpretazione complessa e che potrebbe sembrare astrusa, ma che a mio avviso coglie un aspetto fondamentale: la volontà di “emancipazione” dell’uomo da parte delle varie ideologie del progresso, cui oppongono resistenza le culture politiche “reazionarie”; uno dei rappresentanti di queste ultime, Nicolás Gómez Dávila, riassumeva così la questione: “Chi toglie all’uomo le sue catene libera solo un animale” (“Los que le quitan al hombre sus cadenas liberan sólo a un animal”).

Potresti spiegarci il concetto di «Sinistra eterna» di Nolte? Come potremmo interpretare questo concetto nel contesto dell’odierno liberalismo globale, del dibattito sui diritti umani e del progressismo culturale?

Ernst Nolte

Quello di “eterna sinistra” è un altro concetto di grande interesse elaborato da Nolte. Si tratta di “una tendenza emotiva e retorica che si scandalizza per l’ordine sociale costituito, poiché lo ritiene “ingiusto””: considerando infatti innaturale e frutto dell’oppressione ogni gerarchia sociale che implichi dominanti e dominati, signori e servi, ricchi e poveri, essa reclama il sovvertimento di tale ordine e l’instaurazione della “giustizia”. Per Nolte, questa tendenza attraversa carsicamente l’intera storia umana e prorompe periodicamente in sanguinose rivolte, il cui archetipo è quella di Spartaco nella Roma antica. L’eterna sinistra riceve peraltro una nutriente linfa dal messianismo giudaico-cristiano, che proclama l’avvento di un Regno di Dio in cui ogni “ingiustizia” sarà definitivamente soppressa. Nolte cita alcuni esempi di questo palesarsi dell’eterna sinistra: la Guerra dei Contadini nel XVI secolo, la Congiura degli Eguali, la Comune di Parigi.  Seguendo la sua impostazione, ne potremmo trovare molti altri, peraltro con un comune denominatore: una grande violenza dispiegata nelle rivolte, che giunge all’annientamento fisico dei dominanti, cui fa seguito una repressione spesso più violenta della rivolta stessa. Nolte suggerisce che i dominanti, oltre alla loro vita, sembrano sentire minacciata anche la stessa “civiltà”, per cui civiltà e giustizia sarebbero termini in qualche modo autoescludenti. Per Nolte, il marxismo, nonostante la sua pretesa di scientificità, finisce per incanalare le pulsioni dell’eterna sinistra e la Rivoluzione russa costituisce il “primo duraturo trionfo dell’eterna sinistra in un grande Stato e in questo senso fu un evento assolutamente unico nel suo genere”. Dal discorso di Nolte si possono trarre alcune note a margine. Per coloro i quali percepiscono l’ordine terreno come “male”, qualunque azione, anche la più violenta, per estirpare il male dal mondo finisce per giustificarsi da sé in nome di un supposto bene superiore che peraltro sarebbe inscritto nel cammino “naturale” del progresso. Questa auto-giustificazione della violenza è estremamente insidiosa e poco sensibile ad argomentazioni “razionali”. Non possiamo peraltro pensare che l’ “eterna sinistra” sia scomparsa con la fine dell’Unione Sovietica, benché essa abbia consegnato al passato perlomeno la forma novecentesca di comunismo (lo storico François Furet parlò di “passato di un’illusione”): essa è destinata a ripresentarsi laddove le diseguaglianze sociali dovessero venire percepite come insopportabili, anche senza grandi elaborazioni teoriche “a monte”. Quanto al progressismo liberale, certamente esso non possiede la carica di violenza dell’eterna sinistra, né ambisce a sovvertire davvero le gerarchie sociali; tuttavia, nelle sue tendenze globaliste e universaliste, non possiamo che cogliere una radicalizzazione di quella “trascendenza” di cui si diceva sopra ed è del tutto lecito aspettarsi dei contraccolpi a ciò. Da questa prospettiva, Nolte può essere accostato ad altre prospettive filosofiche, probabilmente più note: la “fine della storia” di Fukuyama, se si guarda alla pretesa universalistica dell’ordine liberal-democratico, e la “deterritorializzazione” di Deleuze e Guattari, se si pensa alla dissoluzione moderna dei radicamenti tradizionali.

Perché Nolte si è occupato della questione dell’islamismo nell’ultimo periodo della sua vita? In che modo ha affrontato questo tema?

Negli ultimi anni della sua vita, anche sotto la spinta di eventi come l’11 settembre 2001, Nolte giunge a occuparsi anche di Islam. In vari interventi e in un testo del 2009 (Die dritte radikale Widerstandsbewegung: Der Islamismus), Nolte attribuisce all’islamismo il carattere di resistenza radicale contro modernità, universalismo occidentale, secolarizzazione e globalizzazione. Sarebbe pertanto il “terzo radicalismo”, il terzo contro-movimento rispetto alla modernità dopo comunismo e fascismi: esso sorge come una “potenza difensivo-aggressiva” che, in seguito al crollo dell’Impero ottomano, diventa una forza politica di primo piano soprattutto in reazione alla sfida rappresentata per il mondo islamico dalla fondazione dello Stato di Israele. Si può qui notare uno slittamento della prospettiva di Nolte: negli ultimi anni, egli sembra valutare il comunismo non tanto come una radicalizzazione della trascendenza, ma piuttosto come una rivolta contro la modernità liberal-capitalistica, in questo senso accostabile a fascismi e islamismo. Anzi, proprio la fine del comunismo novecentesco potrebbe aver offerto nuova linfa al “terzo radicalismo”. Non bisogna tuttavia pensare che Nolte si riduca a celebratore della civilizzazione occidentale, come molti hanno ingenuamente pensato. Egli senz’altro prende le distanze dai radicalismi (ritiene infatti la trascendenza caratteristica precipua dell’uomo), ma, al contempo, riconosce ad essi una forma di “tragicità” e “grandezza”. Parimenti, egli si esprime in maniera critica sull’americanizzazione dell’Europa e propone una comparazione tra Germania nazista e Stato di Israele che gli vale feroci contestazioni. 

Perché è necessario rileggere Ernst Nolte oggi? Il suo pensiero si limita a spiegare il XX secolo, oppure offre ancora strumenti concettuali per comprendere le attuali crisi della modernità?

La storiografia di Nolte ha avuto una risonanza limitata. Misconosciuta nel mondo anglosassone, dove egli viene considerato una specie di nazionalista tedesco, molto controversa nel suo Paese natale, la Germania, ha avuto paradossalmente più fortuna in Italia, dove spesso è stata però banalizzata in funzione “anticomunista”. Come invece ho cercato di spiegare, la storiografia di Nolte è tutt’altro che finalizzata a mettere sullo stesso piano i “totalitarismi” per sciogliere tutto quanto in una triviale celebrazione del presente assetto “liberal-democratico”; Nolte si è peraltro espresso con forza contro l’idea che i radicalismi rappresenterebbero un “male assoluto” cui farebbe da contraltare un supposto bene assoluto. Il metodo comparativo di Nolte è invece uno scavo in profondità nei fenomeni storici e nelle ideologie, nel tentativo di cogliere una “razionalità” anche in ciò che apparentemente appare irrazionale, cercando in qualche modo di giungere a una comprensione dell’ “esistenza storica” dell’uomo e del suo essere-nel-mondo. La sua storiografia filosofica è un antidoto sia alla storiografia che vanamente rincorre la “scientificità” delle hard sciences, sia alla riduzione della storia a scontro tra principi morali, tra bene e male, tra vittime e carnefici. La sua prospettiva non si esaurisce dunque nella storia del Novecento: essa offre ancora oggi categorie utili per comprendere le crisi della modernità, i suoi conflitti irrisolti e le forme sempre nuove di resistenza che essa continua a generare.

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